Intervista a Giulio Sangiorgio, Critico Cinematografico e direttore di FilmTV

Giulio Sangiorgio è direttore di Film Tv. Co-dirige la collana di saggistica cinematografica Herotopia, per Bietti Edizioni. Si occupa del lavoro di selezione per Filmmaker Film Festival di Milano e per Presente italiano di Pistoia. Collabora con l’Enciclopedia Treccani. Ha pubblicato saggi su autori contemporanei. È ideatore e responsabile di corsi di cinema e rassegne.

Ho avuto l’onore di intervistarlo nella splendida cornice offerta dal Concorto Film Festival di Piacenza. Trovate qui l’intervista video pubblicata sul Canale YouTube e il testo integrale, quest’ultimo presenta una domanda in più! Buona visione (o lettura).

Ciao Giulio, tanto per cominciare ti voglio usare un po’ come termometro per capire lo stato di salute della critica cinematografica in Italia. Dunque, come sta la Critica?

Ok è una domanda molto complessa. Direi che oggi in Italia ci sono tantissimi critici perché per fare il critico c’è una soglia d’ingresso per una professione, che forse non è neanche più una professione o lo è solo in pochi casi, molto basso. Quando Truffaut diceva che tutti hanno due lavori, il proprio e quello di critici cinematografici, oggi questa cosa è molto più ampia, e non è una cosa negativa.

La cosa negativa è che può darsi che in mezzo a tutti questi critici ciò che viene a mancare è la Critica. Nel senso di un luogo astratto a cui i critici fanno riferimento leggendosi, confrontandosi, partendo da quello che ha scritto un altro per portare il discorso altrove, citandolo e non copiandolo, riconoscendo il lavoro degli altri. Trovo che purtroppo per un eccesso di dispersione, per un eccesso di narcisismo se vuoi, concorrenza e competizione, questo trionfo dei critici, trionfo in termini quantitativi, abbia sostanzialmente cancellato la critica come territorio di confronto e riconoscimento di un percorso comune, che può essere  dialettico, in cui ci può essere un confronto o uno scontro. Banalmente se io non so cosa ha scritto una persona e non riconosco il lavoro di una persona, non so dove ha portato il discorso critico, quando comincerò il mio discorso critico partirò esclusivamente da me stesso. Manca questa “patria” comune.

Secondo te questo ha un legame con la lenta decadenza, e scomparsa, della critica sui giornali cartacei? Credi che il digitale abbia un ruolo in questa trasformazione della critica da professione a gesto che chiunque si sente in potere esercitare?

Anche qui il discorso è veramente molto complesso. Sicuramente sui quotidiani la critica ha perso spazio, ma credo sia dovuto anche a una mancanza di interesse da parte del pubblico nei confronti del cinema. Il cinema non è più quel creatore di immaginari potenti e condivisi che era fino alla fine del novecento, ma è diventato altro, è diventato un’arte se vuoi secondaria, ha trovato una sua dimensione secondaria. Di questo possiamo parlare molto, sicuramente il digitale ha cambiato completamente gli equilibri di quella che è l’economia del lavoro culturale. Il digitale raramente paga, il digitale raramente può produrre dei contenuti di un livello alto come quelli che erano prodotti sulla carta, sulle riviste specialistiche, e quindi sicuramente c’è stato un depauperamento del discorso critico.

Secondo te la critica italiana condivide con la critica di altri paesi europei e con quella statunitense una reazione che la vede decadere e scomparire come professione o secondo te altrove la critica sta rispondendo in maniera più aggressiva, sta riuscendo comunque a rimanere in vita mantenendo le proprie forme professionali?

Io trovo che non sia una questione di critica italiana, io trovo che il digitale abbia prodotto delle forme di pensiero, tramite la tecnologia, che sono in qualche modo non adatte al discorso critico. Sicuramente ci sono dei tentativi, ci sono gli Youtubers, ci sono diversi tentativi di tramandare un discorso di profondità come il discorso critico, analitico, che ha bisogno di spazio, tempo e fatica. Ma non sono convinto dei risultati.

Ti chiedo riguardo gli Youtubers, ma in generale riguardo a una nuova generazione di critici che avanza o avanzerà. Tu mi hai detto che a volte leggi dei ventenni, leggi anche dei critici giovani, però appunto immagino tu legga anche critici più navigati. Spesso leggerai queste due realtà convergere su uno stesso film: quali sono gli elementi che secondo te i giovani critici di oggi tendono a privilegiare, a notare di più, e quelli che invece interessano di più a una critica più navigata? Cosa interessa alla nuova critica? E cosa può dare di sguardo aggiunto a una critica che invece magari ha un altro modo di guardare un cinema che intanto è cambiato?

Io sono un appassionato lettore di critica, proprio perché penso che sia necessario e sia un dovere per un critico leggere la critica per trovare un punto di partenza e un punto di confronto. Mi capita di leggere riflessioni di giovanissimi critici, scrittori, blogger, chiamiamoli come vogliamo chiamare, magari molto più acute su un film rispetto magari a un critico navigato a un veterano, a un maestro. Quindi non tendo a demonizzare  la nuova critica, anzi. Ho collaborato spesso con delle riviste online. Dipende un po’ dai luoghi dove viene fatta. Se un ragazzo pensa di essere un critico facendo gli status di Facebook evidentemente non c’è nemmeno lo spazio per creare un certo tipo di pensiero. La cosa che mi fa molto spesso specie è partecipare a dei corsi specificatamente di critica, in cui gli iscritti non leggono critica. Allora tu capisci che quello che dicevamo prima nel giro di generazioni è forse ancora più esasperato. Forse è anche colpa delle generazioni precedenti che non sono state in grado di parlare ai giovani, adeguarsi agli strumenti, di costruire quello che è l’autorevolezza della critica. Il critico deve sempre avere un’autorevolezza, altrimenti è una voce che non viene ascoltata. Però molto spesso il cinema contemporaneo viene capito molto di più dai giovani che non da persone più navigate, ma questo perché la tecnologia, il mondo, ha subito un’accelerazione a cui non tutti sono stati in grado di stare al passo.

Ultime due domande

Vai.

Qual è il film che secondo te ogni aspirante critico deve aver visto prima di iniziare a scrivere qualunque tipo di recensione, prima di cominciare ad approcciarsi al cinema dal punto di vista critico?

è una domanda veramente molto…

bastarda?

sì sì bastarda!

Quello che ti posso dire è che questo abbassamento della soglia di ingresso, questa libertà positiva di espressione, di avere questa possibilità di avere tutti un pubblico, ha però fatto perdere il senso della fatica e dello studio. Non si può pensare di capire il Cinema e il suo linguaggio se non si conosce il Cinema dei maestri, se non si sa cosa abbia inventato Griffith, se non si sa cosa abbia rivoluzionato Welles, se non si sa cos’è la Nouvelle Vague, se non si conosce John Ford, se non si è visto un film di Bresson.

Però sì, quello che secondo me manca è la fatica di conoscere la storia del cinema. Per fare il critico bisogna conoscere tante cose, bisogna essere in grado di poter applicare tanti strumenti culturali a quella che è l’immagine che il Cinema ci dà. Il Cinema è un sistema di pensiero, monta insieme le immagini per creare delle idee, dà una visione del mondo. Quindi per analizzare quella visione del mondo servono tanti strumenti, ma uno strumento che non può mancare è la storia del Cinema. Come però non può mancare la lettura dei quotidiani ad esempio, perché per capire il Cinema contemporaneo non puoi non conoscere il mondo. Se ti devo dire un regista che secondo me bisogna conoscere assolutamente, anche per capire tanto cinema di oggi che molto spesso parte da delle forme che ha inventato questo regista è sicuramente il cinema di Roberto Rossellini.

Ultima: quale consiglio dai ad un ventenne di oggi che sogna di diventare critico? Oltre a cambiare sogno ovviamente.

Studiare tanto, puntare alla qualità, non avere paura di proporsi, girare i festival, magari i festival minori per magari riuscire a vendere i pezzi ai giornali o ai pochi che ancora oggi pagano. Perché ovviamente fare una corrispondenza, delle interviste, da un festival maggiore ha meno senso, perché sono ampiamente coperti. Ma il consiglio principale è studiare soprattutto, ecco questa direi che è la cosa più importante: che un buon critico è una persona che si pone continuamente domande. Si pone domande su tutto, si pone domande su tutte le cose che vede, dalla costruzione di un quadro, del quadro di un’inquadratura, al contesto produttivo, e cerca di contestualizzare quell’oggetto. Quando l’ha contestualizzato e ha da dire qualcosa su quell’oggetto mette in dubbio quello che si ha da dire. La critica è un pensiero in movimento, se la critica diventa inscatolare in etichette, se la critica diventa il ridurre un’opera alla mia dimensione, al mio ombelico, al mio pregiudizio, al mio aggettivo tranciante che magari fa bello dire, quello è un critico fallito.

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