Concorto Film Festival 2019 – Tutte le opere in concorso: Volume 7

Tutti i corti in concorso alla diciottesima edizione del Concorto Film Festival, manifestazione culturale e competizione internazionale con sede a Piacenza (17 – 24 Agosto). Essendo le opere in totale 52, si è optato per una divisione per “Volumi”, corrispondente alla programmazione quotidiana aperta al pubblico. I seguenti corti sono stati proiettati Venerdì 23 Agosto.

ERASER

Regia di: Davit Pirtshalava

Commento: quando un uomo causa la morte del figlio di un amico le possibilità sono due, ammettere la colpa o stare in silenzio. In alcun modo è possibile cancellare l’errore, ed è da questo che la tragedia può intrecciarsi con i sentimenti umani sino a logorarli. L’ineluttabilità delle azioni è così la vera protagonista di una storia il cui silenzio racconta un dolore capace di piegare la ragione, in cui persino una gomma può convincere il disperato che qualcosa si possa cancellare, che non sia bisogno confessare poiché è ancora possibile eliminare ogni cosa. Ma così non è, ed è così che Davit Pirtshalava racconta una tragedia senza tempo, non urlata, non strappata, ma silenziosa e letale come quelle dei racconti più antichi.

Bavure

Regia di: Donatello Sansone

Trama: Bavure ritrae l’evoluzione di un essere umano dalla sua creazione alla sua consapevolezza dei misteri dell’universo. È una metafora della creazione del mondo e una parabola del processo artistico.

Commento: È l’artista che crea il mondo o il mondo che crea l’arte? L’opera di Sansone esplora narrazione breve, muta e animata per plasmare una dissertazione sul concetto di creazione artistica e arte creazionista. Una goccia di colore e un pennello muovono l’evoluzione dell’uomo dal corpo allo spazio più lontano, sino a tornare sulla terra e ritrovarsi feto. Sembra lo Star Child di kubrickiana memoria quello che, sempre con eco a Kubrick, Sansone posiziona in una stanza vittoriana che, non appena si svuota, si riempie del suono di un battito alla porta. Sembra il racconto breve di Brown: “l’ultimo uomo sulla terra siede nella sua stanza, qualcuno bussa”. Solo che in questa storia, l’ultimo, è lo spettatore. Qualcuno bussa.

WHITE ECHO

Regia di: Chloe Sevigny

Commento: sembra in debito con il “Suspiria” rivisto da Guadagnino quest’opera dai temi soprannaturali. Al centro di un gruppo di medium c’è lei, Carla, la più ricettiva dell’aldilà e forse la più spaventata da questi poteri. Danza come in un movimento macabro e allusivo, specchiandosi nel tentativo di dilaniare l’anima come nella leggenda del piccolo Dioniso fatto a pezzi dai titani. Se così le altre compagne vivono gli eventi spettrali con più trasporto e intrattenimento, scuotendo il corpo come streghette eccitate dalla luna, lei interiorizza i fatti, muovendosi con la grazia di chi è pronto a farsi trascinare sino agli inferi. L’allusione alla donna-strega, al potere femminile paranormale si legge in ogni didascalica inquadratura di quest’opera, la quale trova però occasione per mostrarsi personale nella ripresa delle singole ragazze. L’atmosfera catalizza così l’attenzione, portandoci dal campo dello scetticismo ironico di una tavoletta Ouja (sono loro a muovere il gioco o c’è davvero un fantasma?), all’indubitabile apparizione di un essere di un altro mondo. Che sia tutto vero o semplice specchio di una convinzione?

Prisoner of Society

Regia di: Rati Tsiteladze

Trama: Prisoner of Society è un viaggio intimo nel mondo e nella mente di una giovane donna transgender, intrappolata tra il suo desiderio personale di libertà e le aspettative tradizionali dei suoi genitori che minacciano la loro unità.

Commento: il film è diretto in un formato molto stretto, sembra quasi ricordare la ripresa da un Instagram Story. Da un lato può essere il tentativo di narrare una condizione contemporanea secondo l’immaginario visivo a cui lo spettatore è abituato, e dunque lo schermo stretto di uno smartphone. Dall’altro è certamente il modo per restringere lo sguardo su Adelina e i suoi famigliari. In questo modo ogni ripresa è il ritaglio di una parte del corpo, in un risultato claustrofobico che ben trasmette il senso di prigionia.

Il racconto è diviso in 4 capitoli, forse meglio chiamarli paragrafi. C’è la Madre, la quale appare preoccupata per la figlia a causa dei fatti di cronaca che in Georgia vedono numerosi omicidi a danno di persone transgender. Il Padre, particolarmente violento, non sembra invece aver accettato la scelta della figlia, continuando a rivolgersi verso di lei come a un lui e chiamando George e non Adelina.

Infine Adelina, la quale non parla nel suo paragrafo, bensì balla mentre il montaggio alterna immagini di disordini sociali in Georgia. È l’unico momento in cui la società a cui il titolo fa riferimento appare in immagine, e in questa composizione Adelina, che è vittima dei Tabu di una società, sembra invece ballarci sopra. In una superiorità che è quella di chi sceglie la propria vita fuori dalle restrizioni di una comunità.

Quando i tre vengono messi assieme in una stessa inquadratura l’immagine cambia formato e si allarga. In questo modo vengono inclusi, seppur non in maniera ordinata. Il padre sulla sinistra è infatti tagliato per metà via, a ricordarci che l’unione è dal punto di vista della narrazione per immagini, ma lui è contrario ad affiancarsi alla figlia (per lui ancora figlio), mentre la madre (il cui volto scavato ricorda una Magnani pasoliniana) entra quasi totalmente (quasi) nel quadro. Al centro Adelina inizia a raccontare di sé, ma l’immagine viene rallentata e il racconto si fa in Voice Over. C’è dunque uno scollamento tra ciò che appare e ciò che dice, tra come si sente e come si mostra, tra la prigione e il prigioniero, tra se stessa e il luogo che abita. È così un soliloquio, perché parla solo allo spettatore, ma il regista sa che l’opera potrebbe non essere mai mostrata in Georgia (e la madre di Adelina lo spera), e così potrebbe essere un racconto al vento.

Il regista costruisce un breve documentario intimo e sociale, in cui non si mostra neutro, bensì agisce fuori campo con commenti molto precisi. In particolare nella sezione dedicata al padre fa da provocatore, spingendo al limite le parole del signore e chiedendogli come mai non abbia ancora deciso di uccidere il figlio. E infine aggiunge: “forse dovresti ucciderti tu”.

Decide di sottolineare la sua presenza anche nel quadro d’insieme, affermando che ora li lascerà soli davanti alla cinepresa. Questo tipo di presenza è sicuramente particolare, dal momento che quando non ci è dato sentire la domanda di un intervistatore e in scena abbiamo solo l’intervistato, lo spettatore non sa mai se questo sia solo o se con lui ci sia anche il regista. Rati Tsideladze invece ci tiene a sottolinearci il momento della sua assenza, sottolineando per contrasto la sua forte presenza nelle scene precedenti. Il regista non è dunque solo un occhio che osserva e narra, ma un’istanza fisica presente e agente proprio come i suoi protagonisti.

Il racconto dei Tabu in una società ancora chiusa nella tradizione richiede infatti non solo il coraggio di singoli disposti a narrarsi, ma anche il coraggio di registi disposti a mettersi in prima fila per accompagnare il racconto. A guardare la pagina Facebook del film ciò appare evidente, dal momento che spesso vengono aggiornate informazioni sulle condizioni di Adelina, come se il corto fosse solo l’inizio di una narrazione che va seguita nel suo intero sviluppo.

THE BOOGEYWOMAN

Regia di: Erica Scoggins

Commento: The Boogeywoman ha inizio con una soglia superata: il passaggio all’età adulta. L’arrivo delle mestruazioni viene però accolto con un terrore latente, ripreso come l’annuncio di una rottura con un mondo innocente e fuori da ogni pericolo. La violenza irrompe così nella vita di una ragazzina e dei suoi compagni, inquietati da una leggenda della città che sembra alludere al mondo adulto. La “boogeywoman”, ossia la “donna nera”, sembra la favola di ragazzini, ma è in realtà la verità di piccoli adulti alle prese con il terrore di diventare grandi. I toni dark di una regia attenta al volto e ai cambi di sguardi si sposano alla perfezione con i colori al neon della fotografia, la quale delinea con puntualità il carattere sociale e assieme atemporale della sala di pattinaggio in cui avvengono gli inquietanti fatti. Se il luogo dovrebbe infatti essere teatro di amori nascenti e puberali, Erica Scoggins ne riprende l’elemento orrorifico, quasi estirpando la sala dalla città e rendendola isola in cui ogni cambiamento adolescenziale viene portato al proprio limite.

HOW IT FEELS TO BE HANGOVER

Regia di: Victor Hertz

Ironia e genialità nel corto di Victor Hertz a tema Hangover, ossia la cosiddetta “sbronza”. Un uomo si sveglia in una clinica specializzata in postumi della sbronza e scopre che attente analisi hanno identificato cosa ha bevuto e come ha trascorso la serata. Esattamente come nel caso di una pericolosa malattia il giovane viene trattato con il riguardo tipicamente riservato per il paziente, qui però forse con un po’ di giudizio morale in più. Il tutto risulta ironico e sopra le righe, soprattutto per la normalità con cui la dottoressa gli si rivolge e i tipici atteggiamenti ospedalieri vengono stravolti in un’applicazione di quelli che altrimenti non sarebbero altro che luoghi comuni legati a questa particolare condizione. Così viene risvegliato con musica ad alto volume, viene nutrito con pizza e dissetato con un beverone, tutto con l’assurdità del caso e l’intelligenza di un regista che sa ricostruire un mondo in cui detti popolari e vita under 30 vengono immensi in una realtà sociale, istituzionale e burocratizzata.

ACID RAIN

Regia di: Tomasz Popakul

Commento: funghetti allucinogeni e droghe d’ogni sorta sono gli ingredienti di un viaggio in camper di una coppia di sconosciuti, abbandonati alle proprie visioni tra un sogno malato di libertà e un rave in cui dimenticare il proprio nome. L’opera di Tomek Popakulha prende piede dal fascino per il viaggio allucinogeno, ma ben presto si allontana dalla fascinazione per iniziare a squagliare ogni cosa con una pioggia acida che corrode tanto i sogni di libertà, quanto l’animazione stessa. La tecnica del racconto interagisce così con gli stati d’animo dei protagonisti, i quali vengono immersi nei colori di una pioggia dalle sembianze di trasmissioni a tubo catodico, simbolo di una vita fuori frequenza e di un destino segnato. La vicenda corre così verso una deriva orrorifica, in cui la tensione si mostra allo spettatore come macchia indistinguibile di effetti narcotici; riuscirà la protagonista a tornare indietro? Quanto è durato il viaggio? Le domande si mischiano e ciò che rimane è un profondissimo turbamento.

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