Concorto Film Festival 2019 – Tutte le opere in concorso: Volume 6

Tutti i corti in concorso alla diciottesima edizione del Concorto Film Festival, manifestazione culturale e competizione internazionale con sede a Piacenza (17 – 24 Agosto). Essendo le opere in totale 52, si è optato per una divisione per “Volumi”, corrispondente alla programmazione quotidiana aperta al pubblico. I seguenti corti sono stati proiettati Giovedì 22 Agosto.

GLI ANNI/THE YEARS

Regia di: Sara Fgaier

Commento: Sara Fgaier posa il proprio racconto audiovisivo su due caratteri di derivazione, le parole della scrittrice Annie Enaux ed alcune immagini di archivio. Nonostante questo ne esce un’opera dal carattere intimo e personale, in cui l’accostamento dei due elementi si fa ragione personale, quasi le immagini fossero girate per le parole e queste scritte per le immagini. L’intreccio di volti e scene di vita vissuta lungo le rive della Sardegna riacquistano una fotogenia nel contatto con le parole che accompagnano i venti minuti di viaggio lungo la rielaborazione di un tempo passato, fatto riemergere e trasportato sino a noi come un presente ripulito d’ogni impurità.

Hurlevent

Regia di: Frédéric Doazan

Commento: Non è la prima volta che Frédéric Doazan dà inizio a un racconto ponendo un libro al centro. Ma se “Supervenus” fu un’opera la cui riflessione coinvolgeva anche l’essere umano, mostrato come da un manuale di anatomia e modificato in diretta da mani esterne, qui, in “Hurlevent”, l’uomo è escluso, qualora non semplicemente accennato. Un libro scosso dal vento si apre, e scorrendo a velocità elevata giunge a disperdere le proprie lettere, ora mosse come esseri senzienti. Sembra di ripercorrere un periodo primordiale, in cui il linguaggio funge da cellula, embrione ed elemento di forme in evoluzione. Dunque esseri composti da lettere fecondano cerchi, pongono radici e poi mutano; mura di lettere, ma anche battaglie di linguaggio, arrivando fino alla frattura. Il libro si spezza, la pagina si apre, e un nuovo linguaggio, non più obbligato dalla realtà fisica del libro, si espande in un susseguirsi di 0 e 1, una nuova era i cui palazzi sono molto più sofisticati. È qui che l’opera di Doazan si tramuta in una variazione del monster movie, scuotendo con un accompagnamento sonoro cupo e rintronante, capace di rendere giustizia alla rivolta delle parole nei confronti del linguaggio di programmazione. È difficile sapere se l’uomo rientri nella narrazione nella metafora con il linguaggio, e se dunque questo sia tutt’altro che nascosto, bensì manifesto nel percuotersi evolutivo di quelle lettere che fungono da simbolo della cultura e del linguaggio. È però evidente che si accenni a una guerra, prima tra culture, e così tra linguaggi, così come forse la storia ci ha sempre mostrato, e poi tra cultura umana e pensiero artificiale, tra le lettere dell’uomo e i numeri della macchina. Si chiude con un presagio, una guerra di pensiero, bagnata infine da una pioggia che rende tutto vano.

La tecnica realizzativa è uno strabiliante accostamento dell’animazione stop-motion e i flipbook. Un accostamento che permette a questa particolare tipologia di libri di animarsi ben oltre le proprie possibilità.

FEATHERS

Regia di: A.V. Rockwell

Commento: qualificato per la nomina all’oscar, Feathers è un’opera potente e studiata, scritta come un’ode al riscatto per tutti quei ragazzi le cui ferite si contano tanto lungo i corpi martoriati, quanto dentro anime dilaniate. L’umanità si mischia con la malattia di cui è causa e vittima, emulsionandosi con l’immagine in movimento come in un tentativo di catturare il momento esatto in cui è impossibile sfuggirle. Un gruppo di bambini abbandonati e scartati dalla società si cingono attorno a una scuola che tenta di salvaguardarne il futuro e la salute, ma il lavoro sembra più quello di cura per ciò che il grande passato di questi piccoli uomini ha loro riservato. C’è dunque la pena, ma anche la speranza, la forza di chi vuole tornare a vivere, imparare a farlo tornando al mondo come quel simbolico pavone che tanto affascina il piccolo protagonista. Problema: che fare però se a spezzare le ali di quel mitologico animale non è solo la società lontana e violenta, ma anche chi ti circonda? Sopravvivere si fa ancora più complesso, resistere è però un obbligo, quando non un’abitudine.

MANILA IS FULL OF MEN NAMED BOY

Regia di: Andrew Stephen Lee

Commento: come la visione a rete unificate del funerale di Michael Jackson possa influenzare le scelte di un giovane adulto filippino non è davvero facile capirlo, ma l’opera di Andrew Stephen Lee lavora proprio sull’accostamento di eventi simili ma distanti, creando dall’assurdo una personale forma di normalità. Così il cantante Pop muore, ed un ragazzino “capace di bere e fumare” viene acquistato da un uomo per impressionare il padre, finendo però per causare danni inaspettati. La tristezza del gesto è seconda solo alle sue conseguenze, di cui notiamo il tentativo estenuante di costruire un falso ricordo, di inventarsi padre di un figlio comprato solo in vista di un’occasione famigliare. Cosa ci rende normali e cosa invece assurdi? Andrew Stephen Lee inizia qui, nell’interrogativo drammatico novecentesco per eccellenza, per poi divagare e ricreare l’occasione per riflettere sulla nostra contemporaneità.

THE FIELD

Regia di: Sandhya Suri

Mia Maelzer appears in The Field by Sandhya Suri, an official selection of the Shorts Programs at the 2019 Sundance Film Festival. Courtesy of Sundance Institute | Courtesy of Sundance Institute | photo by Lionfish Films. All photos are copyrighted and may be used by press only for the purpose of news or editorial coverage of Sundance Institute programs. Photos must be accompanied by a credit to the photographer and/or ‘Courtesy of Sundance Institute.’ Unauthorized use, alteration, reproduction or sale of logos and/or photos is strictly prohibited.

Commento: Il sogno di una vita diversa perseguito in ogni sua via, anche quella più erotica e intima. È questa la tesi a cui sembra giungere l’inaspettato corto di Sandhya Suri, già regista del documentario “I India”. Torna qui il taglio documentaristico, certo, ma anche la fiction esposta con un’estetica che sposa gli splendidi paesaggi dominati dal mais. Proprio il campo è il centro nevralgico della giovane donna protagonista, la quale si perde in esso accarezzandone le foglie con la stessa attenzione con cui sfiora il proprio ventre nel bel mezzo della notte. C’è così un rapporto simbolico con ciò che la circonda, con il mais da raccogliere e con le azioni che di notte sembra compiere o sognare.

Sandhya Suri tiene fede al proprio detto, “immagini nitide e significati sfocati”, lasciando che la splendida protagonista sia sempre circondata da primi campi dolci, in favore di tramonto, in contatto con la pioggia, e al contempo che tutto ciò finga solo di dare un senso estetico mentre ne confonde il tema.

THE PASSAGE

Regia di: Kitao Sakurai and Philip Burgers

Commento: potrebbe essere un sogno, quanto un’iniziazione alla morte. Il lavoro surreale della coppia Kitao Sakurai and Philip Burgers è esplosivo quanto l’immaginario che disseminano lungo ogni inquadratura. C’è un po’ di ironia, un po’ di tristezza, ma tanta comicità racchiusa in un’opera che coi suoi venti minuti costruisce una catena di assurde connessioni ed inaspettate conclusioni. Potrebbe durare ore senza stancare mai, come una sequenza di violenza per Tarantino Kitao Sakurai and Philip Burgers sembrano aver trovato la propria formula di intrattenimento, lasciando in secondo piano la didascalica esposizione degli eventi per privilegiare un accumulo inesauribile di genialità. Il protagonista si muove dunque in un mondo che pulsa ai suoi movimenti, permettendoci di vivere il tutto come in un piano sequenza interrotto, ossia nell’incoerenza coesa di un sogno che ha senso solo se ne si vive l’ordine interno. Nel suo viaggio onirico le angosce umane si sintetizzano in un surplus di eventi sconclusionati, in cui la contemporaneità emerge a livello simbolico e solo se lo spettatore decide di notarla. In caso contrario può semplicemente lasciarsi guidare da un’opera il cui unico difetto è quello di avere un termine.

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