Concorto Film Festival 2019 – Tutte le opere in concorso: Volume 5

Tutti i corti in concorso alla diciottesima edizione del Concorto Film Festival, manifestazione culturale e competizione internazionale con sede a Piacenza (17 – 24 Agosto). Essendo le opere in totale 52, si è optato per una divisione per “Volumi”, corrispondente alla programmazione quotidiana aperta al pubblico. I seguenti corti sono stati proiettati Mercoledì 21 Agosto.

Hector

Regia di: Victoria Giesen Carvajal

Commento: Atmosfere lovercraftiane pervadono la pellicola della cilena Victoria Giesen Carvajal. Un racconto sul confine tra il mondo reale e quello fantastico che fa della natura un protagonista visivo, estetico e sonoro. Il movimento delle onde, le alghe nere che emergendo in superficie alludono alla profondità, la schiuma, ogni particolare marino copre l’inquadratura fungendo da parentesi della vicenda umana. Il gruppo di ragazzi che chiacchierano su vicende misteriose come il diavolo che ospiterebbe il cuore dell’isola sono parte di un insieme più complesso, strutturato dalla presenza di quella natura che si impersonifica nella figura di una ragazza dalle fattezze androgine. La relazione tra lei e un ragazzo mette in contatto quell’oscurità marina e l’uomo, il quale osserva la donna, forse diavolo, forse semplice natura, attraversare la spiaggia vestita solo di alghe e buio. Non c’è un tempo né un luogo, c’è solo il contatto e il distacco tra essere umano e mondo magico, vicini e lontani così come le onde e la battigia. Esattamente come i racconti ottocenteschi, l’avvicinamento delle due realtà, posto in scena qui mediante un rapporto di natura sessuale che sembra alludere ad un’iniziazione, rivela qualcosa all’uomo, ma conduce alla disfatta la natura, che si vede bruciare i vestiti e la tenda dal gruppo del ragazzo.

È un’opera fortemente esperienziale, in cui i suoni del mare, mischiati al respiro e al vento, spezzano ogni legame con la temporalità e la spazialità, confondendo lo spettatore e portandolo fuori rotta.

Practice

Regia di: Iyabo Kwayana

Trama: Gli studenti vicino al tempio Shaolin si sono impegnati in un semplice ma rigoroso esercizio di prove.

Commento: Il montaggio cinematografico condivide con le arti marziali il valore del frammento. Ogni singolo pezzo non racconta una storia, ma è il senso stesso di quella storia. Così un movimento, un pezzo di un insieme eseguito prima dal singolo, poi dal gruppo, poi dall’insieme di ogni gruppo. Iyabo Kwayana restituisce il processo di preparazione di una scenografia Shaolin propria ricalcando queste fasi. Riprendendo prima il singolo, e il suo movimento, poi un gruppo e l’insieme dei loro movimenti, lasciandoci nel frattempo nel dubbio sul senso del tutto, poi allargando e rivelando l’obiettivo. Riguardando da un’aerea, che è un vero e proprio sguardo di Dio che rende macchia l’insieme, si scopre il perché di quei frammenti, e quando infine si torna a livello terra e ci si avvicina troppo si scopre che osservare il singolo nel gruppo, graziato e molteplice, era l’unico modo per capire la bellezza dell’uno formato dai tanti, dell’indivisibile movimento di un insieme sinuoso ed inaspettato.

PATISION AVENUE

Regia di: Thanasis Neofotistos

Trama: la mamma di Yanni sta andando all’audizione per il ruolo della Viola shakespeariana, quando scopre che il suo giovane figlio è stato lasciato a casa da solo. Attraverso una serie di telefonate, combatte per bilanciare i ruoli più importanti della sua vita, mentre cammina nella zona più controversa del centro di Atene: Patision Avenue

Commento: come inquadrare le infinite energie di una madre. Thanasis Neofotistos è partito da qui, dal tentativo di capire sua madre tramite un lungo piano sequenza che la vede sempre di spalle. Ogni scelta sembra dunque metaforica, o ancor meglio prontamente studiata per creare uno stato di stress con cui mettere alla prova il feticcio di una madre single che non si ferma mai, neanche se attorno a lei le bombe di black-blocks impazziti esplodono. Il lonk-take di Neofotistos è uno straordinario vezzo registico, ma si riversa nella storia come l’impossibilità di sfruttare ellissi, montaggi e raccordi per risolvere una questione, poiché la madre stessa regge su di sé ogni cosa senza poter tagliare o montare alcunché.

MEMORIE DI ALBA

Regia di: Andrea Martignoni, Maria Steinmetz

Trama: Alba ricorda di essersi innamorata di Pierino, l’amico di suo fratello, nei primi anni Cinquanta in Italia.

Commento: Un impasto di polvere di caffè traccia la genesi di un amore passato, quello di Alba e Pino. È dall’ormai anziana voce di Alba che la rievocazione viene tentennata in un voice over commovente, che indugia sulle memorie come fossero aroma di caffè.

La tecnica d’animazione che varia e interagisce con la voce dona alle memorie una realtà tattile, senza che il racconto cada totalmente nella rievocazione e invece interagisca con il tono, l’ironia e la sensibilità di chi ricorda.

CATCHING THE FIRE

Regia di: Michael Soyez

Trama: In grandi tableau alternati a primi piani densi e attenti, il fotografo e regista Michaël Soyez crea uno scenario in cui due fratelli cercano di proteggere il loro amico dalla violenza e dalla rabbia.

Commento: nel piccolo villaggio ideato da Michael Soyez non c’è traccia di adulti. Ci sono però i sentimenti dell’età della maturità, anche se portati al confine dell’eccesso in un impasto umido di vendetta e rabbia. Dove si sia, quando si sia, non è dato sapere; perché d’altronde i riti naturali posti in scena non sono affatto pensati per avere un tempo, così come gli umori fuori controllo del ragazzino di cui i due fratelli si prendono cura. Dunque Michael Soyez non può che costruire inquadrature in equilibrio tra il minimalismo e l’eccesso, ossia tra le due manifestazioni di una natura eterna, mitica come gli eventi posti in scena.

Watermerlon Juice

Regista di: Irene Moray

Commento: Spesso le storie d’amore, siano romantiche o drammatiche, vengono costruite sull’artificialità dello stereotipo. Accade così che anche le più belle storie costruiscono un immaginario della coppia che è lontano dalla realtà, offuscato da una menzogna che il cinema ha aiutato a diffondere. Ma il cinema contemporaneo sta rivalutando il proprio passato, ripercorrendo questo tema con maggior attenzione alla quotidianità di una relazione, mostrata nei suoi gesti, nei suoi corpi, nei suoi silenzi, nella sua verità. È certamente il caso della trilogia di Linklater, “Before”, ma anche di questo cortometraggio a firma Irene Moray.

Una coppia si trova a trascorrere un fine settimana lungo il lago con gli amici, cercando di approfittare della natura per lavorare sulla propria intimità. Una tavolata di scherzi e serenità si trasforma però in una discussione sul femminismo, e così si scopre che Lei è stata vittima di uno stupro e per questo fatica a raggiungere l’orgasmo. Anche qui appare la capacità di transitare dalla convivialità allo scontro con rivelazione senza l’irruenza del dramma, senza la regia del ritmo forzato. Quando poi Lei piangerà sul suo letto la vediamo tramite un inquadratura fissa, un long take che ospita prima lei, poi lui ai suoi piedi, a baciarla, a essere semplicemente, o “naturalmente”, presente.

C’è dunque la quotidianità di una situazione tutt’altro che romantica, tutt’altro che semplice. Ma la sua messa in scena ci accoglie con dolcezza in questa coppia che tenta per gradi di superare un trauma, di affacciarsi a una soluzione. Quando alla fine li vediamo nudi darci le spalle mentre osservano l’orizzonte non possiamo che lasciarci andare a un sorriso, ripensando a un altro finale di un altro film di Linklater, “Boyhood”. La stessa normalità su schermo, la stessa semplice, complicata, sfaccettata e sfacciata realtà.

OLLA

Regia di: Ariane Labed

Commento: quella di Ariane Labed è un’opera prima di asettica ironia, in cui l’incomprensione tra le parti in gioco è ragione scatenante della risata dello spettatore. Al centro della vicenda troviamo Lola, o “Olla” come viene rinominata, giunta dall’est per svolgere per un uomo conosciuto online il doppio ruolo di badante ed escort. Durante il giorno dovrebbe occuparsi della casa e dell’anziana signora che la abita, mentre la notte è invitata a fare compagnia al (non più) giovane figlio. Ma lei non ci sta. Nasce così una vicenda in cui la recitazione implosiva e gelida della protagonista aiuta ad entrare nelle reti di un racconto dai risvolti surreali, seppur ben posati sulla condizione di assoggettamento a cui sono obbligate certe giovani donne. La conclusione, folle e irriverente, appare infine un invito artistico alla rivolta e al ribaltamento di questo sfruttamento umano senza limiti.

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