Concorto Film Festival 2019 – Tutte le opere in concorso: Volume 4

Tutti i corti in concorso alla diciottesima edizione del Concorto Film Festival, manifestazione culturale e competizione internazionale con sede a Piacenza (17 – 24 Agosto). Essendo le opere in totale 52, si è optato per una divisione per “Volumi”, corrispondente alla programmazione quotidiana aperta al pubblico. I seguenti corti sono stati proiettati Martedì 20 Agosto.

Community Gardens

Regia di: Vytautas Katkus

Trama: Una storia sulla fredda relazione tra un padre e suo figlio. Il loro legame, afflitto dall’indifferenza, si disintegra completamente.

Commento: nell’idillica cornice di giardini abitati dai passanti si smuovono i malumori famigliari di un padre e suo figlio, i quali però interrompono il tutto ritrovandosi attorno all’incendio inaspettato di una delle cabine del campeggio. Il fuoco diventa così strumento per fermare ogni cosa, seppur nell’ironico stravolgimento del senso classico del focolare attorno cui, comunque, si riuniscono personalità distanti accomunate dal collettivo oggetto di interesse.

Guaxuma

Regia di: Nara Normande

Commento: Animazione di sabbia, memorie di sabbia, ricordi di sabbia. La sand animation tramuta da tecnica a contenuto nelle rievocazioni di Nara Normande, la quale sfrutta uno stile per parlare del passato trascorso lungo il bagno asciuga con la sua migliore amica. La commistione tra contenitore fattosi contenuto avanza però con l’evoluzione del racconto, obbligando così la tecnica a mutare continuamente da stop-motion a digitale a cut out, portando infine a un coagulo di maniere per sintetizzare l’arrivo dell’età adulta, dei saluti, dell’infanzia fattasi ricordo e sabbia.

FEST

Regia di: Nikita Diakur

Commento: La fine rotondità dell’animazione 3d viene messa al bando ancora una volta dalla sperimentazione processuale di Nikita Diakura, regista russo noto per il cortometraggio Ugly.    Fest, suo ultimo lavoro, è una breve follia costruita attorno al caos di assi cartesiani e line direttive che aiutano a sfasciare l’animazione ancor prima di definirla. Balli ripresi in foundfootage scomposti e scene ripetute da più prospettive permettono un’immersione che sembra mimare una realtà virtuale in cui la libertà di movimento è inevitabilmente simulata. Siamo in un rave la cui musica accompagna bug che portano al limite l’ambiente e i personaggi in un’unica danza scomposta. Se l’animazione 3d è spesso sinonimo di attenzione al dettaglio per una perfetta ricostruzione, Nikita Diakura cambia il paradigma, strutturando un racconto il cui stile è protagonista di una decostruzione del racconto, del tempo, dell’ambiente e del corpo umano.

Lucia en el Limbo

Regia di: Valentina Maurel

Trama: La sedicenne Lucia vuole più di ogni altra cosa sbarazzarsi di due cose: i pidocchi e la verginità.

Commento: l’età di mezzo è un momento di mediazioni, di simboli. Un periodo in cui alcune cose stanno per altre, in cui la lingua si fa criptica. Ecco perché l’accostamento dei pidocchi alla verginità appare così misurato per mettere in scena in modo nuovo un “Coming of age”, ossia un racconto di passaggio. “Sei una bambina, hai ancora i pidocchi” le dice la madre, aggiungendo “io alla tua età no”. Ma esattamente come dire al ragazzo con cui esce che ha i pidocchi significa che è ancora vergine, allo stesso modo il dialogo con la madre è in codice, e si traduce solo in un’inadeguatezza per ciò che ancora è e ancora non è. Si gioca su questi termini il sentimento purgatoriale che Lucia si addossa come una colpa inestirpabile, come pidocchi senza cura, non pensando però al suo carattere di transizione, accentuato infine dall’immersione nella vasca da bagno. Riemersa la soglia dell’età sarà varcata e i pidocchi scomparsi.

Invisible hero

Regia di: Cristele Alves Meira

Trama: Duarte vive a Lisbona, è cieco e cerca in tutti i modi il suo amico immaginario. Centinaia di altri amici, veri più che mai, lo aiuteranno a trovarlo.

Commento: è dolce e inaspettata la regia di Cristele Alves Meira. Prima attentissima al dettaglio, al volto, al cappello, agli occhi di un uomo senza più vista ma con uno splendido sguardo, poi invece ampia, tanto ricercata verso l’orizzonte di campi lunghi, quanto adagiata ad uno sguardo aereo e perpendicolare al mare. C’è commistione, ma mai confusione. È invece chiaro l’obiettivo narrativo, condotto da più “Eroi” sparsi lungo la spiaggia e accomunati dalla volontà di porgere un braccio a Duarte nella sua missione: trovare Leandro. Si giunge a un punto in cui si spera che Leandro sia davvero solo frutto della sua immaginazione, perché così la ricerca può avanzare all’infinito, permettendoci di osservare la bellezza di questi eroi sparsi per strada, in discoteca, di giorno e di notte.

SWATTED

Regia di: Ismaël Joffroy Chandoutis

Trama: lo swatting è una pratica di trolling ormai diffusa tra gli utenti americani. Consiste nell’individuare l’indirizzo di casa di uno streamer e chiamare le forze dell’ordine per denunciare una violenza situata in quell’edificio, assistendo live all’arresto o, nel peggiore dei casi, alle violenze dell’ignaro videogiocatore.

Commento: il lato oscuro di internet raccontato dai suoi protagonisti. Il documentario di Ismael Joffroy Chandoutis ha il senso della tensione e solletica l’incredulità di spettatori quasi sicuramente ignari della diffusione della pratica di “Swatting”. Le voci narranti si fanno così sempre più inquietanti, mentre ricostruzioni digitali uniscono gioco e realtà in un insieme che ribalta il luogo comune dei videogiochi violenti per mostrare la violenza verso chi gioca. I trenta minuti di narrazione sono densi e approfonditi, molto più abili a sondare un fenomeno della contemporaneità di quanto non siano ben più longevi prodotti didattici.

BLUE QUEEN

Regia di: Sarah Al Atassi

Nina, giovane cameriera, lavora in un bar tabaccheria in un sobborgo della periferia di Parigi. Il suo capo, Georges, rifiuta di pagarla e non ha alcuna considerazione per lei, ma Nina intende recuperare i suoi salari. Al calar della notte, grazie all’aiuto del suo complice Kevin, decide di derubare il Bar e riprendersi il rispetto mancato.

Sarah Al Atassi sorprende per l’amalgama di virtuosismi tecnici, capace di accostare una colorazione scenografica che guarda a REFN, così come anche i neon dei titoli e il tema violento, e una regia attenta alla tensione. La storia della giovane cameriera è una questione di rivalsa, forse anche di vendetta, testata nei suoi eccessi dopo che il colpo fallisce e vede la necessità di Nina di improvvisare una soluzione. Appare disposta a tutto, e il casting di Al Atassi qui si mostra perfetto con i suoi tre elementi caratterizzati nelle movenze, negli sguardi, nei grugniti. Quando alla fine i due complici scappano coi soldi in mano sembra importare poco che la polizia possa raggiungerli, che il proprietario del locale possa fornire facilmente informazioni sulla (Ex)dipendente, perché quel senso di vendetta tramuta interamente in gioia di libertà, e così nient’altro ha più senso.

Moutons, Loup et tasse de thé

Regia di: Marion Lacourt

Trama: nell’attimo prima di dormire un bambino evoca un lupo a fargli compagnia. Mentre la famiglia si abbandona a strani rituali il lupo inizia ad aggirarsi per la casa, causando sogni e realtà surrealiste.

Commento: L’immagine di Marion Lacourt si mostra a noi come in una macchia di colore in movimento, una fessura da cui colori alla Chagall raccontano una fiaba. Sembra così una selva onirica laccabuiana, scrigno da cui si sprigiona un surrealismo senza freni, a cui non chiedere senso ma magia. Ci si perde dunque tra formulazioni simboliche e casuali. Un trip savanico che confonde confini naturali, mostrando un bambino mutare in volpe e pecora come effetto disordinato di una catena astrale.

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