Concorto Film Festival 2019 – Tutte le opere in concorso: Volume 2

Tutti i corti in concorso alla diciottesima edizione del Concorto Film Festival, manifestazione culturale e competizione internazionale con sede a Piacenza (17 – 24 Agosto). Essendo le opere in totale 52, si è optato per una divisione per “Volumi”, corrispondente alla programmazione quotidiana aperta al pubblico. I seguenti corti sono stati proiettati Domenica 18 Agosto.

Shadow Cut

Regia di: Lucy Suess

Trama: due adolescenti trascorrono assieme una giornata, arrivando infine a prendere importanti scelte per la propria vita

Commento: La semplicità dei sentimenti di fuga di due adolescenti. Amici? Innamorati? È l’età in cui la distinzione non è interessata a chiarezza, poiché il tempo per parlare delle speranze e del futuro si divora tutto il resto. “Ti leggo la mano, un giorno farai grandi cose”, dice lei mentre guardano il cielo della Nuova Zelanda. Il futuro c’è solo nelle parole, così lui recita una poesia e il montaggio accelera rimostrando immagini già viste, come a dimostrare la possibilità della poesia di nobilitare un paesaggio brullo di speranze. È un’opera lirica in cui il senso della coppia, in un valore non sessuale, non definito, non sociale, tenta di fungere da soluzione drammatica, da luogo privilegiato d’osservazione umana. C’è però anche la crescita, e le scelte. Così se prima attraversavano assieme il filo campo destro in una ripresa che li mostrava ritagliati da un paesaggio che comunque li sovrastava, infine da quel filo campo scompare solo lui, mentre il buio attorno spegne la società. Lei rimane lì però, con la promessa di andarsene, ma con una speranza in meno.

Ogni cosa rosa

Regia di: Patrizia Emma Scialpi

Trama: Al ritmo di lunghi pomeriggi d’estate, il film esplora Taranto, città profondamente segnata dalla questione ambientale, affidandosi al punto di vista di un gruppo di ragazzi e di un ricercatore. Un ritratto che accanto ai problemi di una città riesce a metterne in luce la profonda vitalità e resistenza.

Commento: “La mia città non conosce il silenzio”: E difatti non c’è pace, un brusio che incrocia urla, motorini e vento si imbatte in una registrazione audio che va in coppia con l’impasto di colori ripresi. Taranto viene così catturata nella contraddizione di bambini sorridenti lungo strade su cui si affacciano targhe di commemorazione per morti avvelenati. Una malattia che intreccia la città, la quale veste il veleno che la infesta colorando di rosa gli edifici. C’è dunque la grazia di un colore malato, una dolcezza ripresa dalle immagini che Patrizia Emma Scialpi accosta come tasselli di contraddizioni urbane.

Sometimes I think about to dying

Regia di: Abel Horowitz

Trama: A Fran piace pensare di morire. Quando lei fa ridere un ragazzo in ufficio, vuole di più: un appuntamento per un film, una fetta di torta, una conversazione. Ma se uscire con lui significa imparare a vivere, è abbastanza sicura di non poterlo fare.

Commento: “Il mio mondo è un universo, il mio stato è un paese, la mia citta è uno stato, la mia strada è una città, la mia casa è su una strada (…) me stessa è su un letto, in una stanza, in una casa…e a volte penso di morire”

“Sometimes I think about to dying” ha inizio da un inscatolamento inverso. Ogni cosa è in qualcosa di più grande, come osservare una matrioska dall’interno. Ogni cosa più piccola è così posseduta dal suo corrispettivo contenitore, ma anch’esso ne è condizionato. Così quando ammette di morire, pone il suo pensiero come il cuore di questo infinito inscatolamento, come bilancio di ogni cosa; di se stessa, del suo letto che sta in una stanza che sta su una strada che sta in una città che è in uno stato che è di un paese che appartiene al mondo che rientra nell’universo. Al centro non lei, dunque, ma quel pensiero, il pensiero di morte.

Non deve stupire dunque se l’attenzione va nei suoi primi piani, in una fotografia che elimina la profondità di campo per sottolineare la centralità della testa, del suo pensiero. Entra però in campo un altro soggetto, un uomo, e lei inizia a condividere la messa a fuoco con lui, sino a giungere alla condivisione inevitabile di quel pensiero. Quest’ultimo passaggio è però l’ultimo, ed è mostrato in assenza, ossia è tagliato nel momento stesso in cui inizia. Non ne sappiamo nulla. Ciò che però seguiamo con passione e grottesca dolcezza è il tentativo dei due di avvicinarsi, sentendo i pensieri di lei in tutta la loro follia. Pensa di poter essere uccisa, di voler essere uccisa, di essere stupida, di essere simpatica. C’è dell’orrorifico realismo, in confine con un’ironia macabra e esilarante. Capita così di dimenticarsi di quel pensiero, di perdere quel centro, riportato in auge e poi troncato proprio all’ultimo.

Sembra diretto da Lanthimos questo lavoro di Stefanie Abel Horowitz, ma forse è più dolce di quanto il collega greco riuscirebbe ad essere. Perché l’ironia grottesca non toglie spazio alla dolcezza di questa donna fuori dal comune, ma anche alla gentilezza dell’uomo che la avvicina. Entrambi seduti ad un tavolo di un locale con le braccia sulle gambe e l’angolazione della cinepresa posizionata dal basso verso l’alto, mostrandoci come la timidezza di due diventi timidezza del momento nell’attimo dell’incontro.

The Summer of electric lion

Regia di: Diego Céspedes

Trama: Nascosto in una casa lontana dalla città, Alonso accompagna la sua cara sorella, Daniela. Si aspetta di diventare la settima moglie di The Lion, un profeta che (secondo le storie) si fulmina quando lo tocchi.

Commento: Osservare il mondo cambiare oltre un finestrino. È la condizione di molti figli minori, obbligati ad interpretare le azioni degli adulti da una prospettiva che scherma la realtà, che li taglia fuori. È così anche per il piccolo Alfonsito, che scopre che il compagno della madre, figura quasi mitologica, “El Leon”, è in realtà il promesso sposo della sorella, da cui viene separato senza che alcuna rimostranza possa essere esposta. È un film potente sull’impotenza, sull’ineluttabilità di condizioni che il cinema sincero racconta così, come fatti che avvengono senza alcuna spiegazione. Per questo la prospettiva del fratellino è la più adeguata, perché ricalca quella dello spettatore, di chi non può fare altro che stare dall’altro lato di uno schermo.

Interpretiamo così ogni singolo momento, sin dalla prima scena, un vero e proprio foreshadow. Il bambino è in macchina, gioca con la sorella oltre il finestrino. Lui è dentro, lei è fuori. Lui è protetto, ma all’oscuro, lei è fuori, occupando lo stesso spazio della madre e la zia, le quali capiremo essere intente a decidere del matrimonio combinato. Alla fine del film vedremo la sorella nella macchina di “El Leon”. Oltre il finestrino il fratello. Gli spazi si sono ribaltati. Allungano la mano, si toccano con due dita, ma poi la macchina sfreccia e rimane solo lei in un cubicolo che è passaggio forzato all’età adulta.

Altra scena decisamente loquace vede la sorella osservare il giardino dalla finestra. Ma se quello schermo trasparente è per il fratello sempre chiuso, quasi a insonorizzare il mondo fuori di esso, per lei è aperto.

The Call

Regia di: Anca Damian

Commento: Un misto di tecniche d’animazione si scontrano nelle acque profonde immaginate da una madre sdraiata nella sua vasca. Quel mashups di realtà le porta con sé, attaccate ad un corpo fatto di oggetti e ricordi resi senza tempo in quell’acqua che accoglie tutto indistintamente. È lì sotto che la grafica 3d e la stop-motion diventano animazione classica, per tornare alla stop-motion e farsi cut out paper. Il voice over del figlio ci guida sino all’immersione, ma poi scompare lasciando spazio alla danza marina della madre con il marito scomparso.

Alla sua prima prova con la narrazione breve, Anca Damian afferma di aver scelto questa tipologia di narrazione poiché perfetta per mostrare l’eternità. Nel piccolo intervallo del corto sembrerebbe così sprigionarsi l’infinito, qui dipinto come un insieme amalgamato di modi di essere e pensarsi, un mare in cui le cose si trasformano e tornano sempre a loro stesse.

L’immersione nella vasca da bagno dà inizio ad un movimento verticale che accompagna quest’impasto di Tempo. Non c’è una terza dimensione, ma c’è una spazialità rettilinea che mostra il mutamento come transizione ineluttabile del ricordo umano. Quando la donna si abbandona all’acqua porta con sé tutto ciò che è, mostrandosi come un manichino di bigiotteria e memorie. Al suo ritorno tutto ciò sarà scomparso, annegato in acque ben più profonde.

I’m going out for cigarettes

Regia di: Osman Cerfon

Commento e Analisi: Film d’animazione interamente ambientato all’interno di un appartamento dentro cui vive una madre, la figlia e il figlio. Lo spazio rivela già la natura del racconto, infestato da uomini tutti uguali (fantasmi? Fantasie del ragazzino?) che interagiscono con la casa. Anche i quadri appesi alle pareti aiutano a comprendere la narrazione, una collezione di Magritte che sottolineano l’interesse della storia per il volto e l’identità. Tutti i dipinti mostrano infatti volti coperti, da colombe o mele, o anche esplosi, mentre i fantasmi ripetono i propri all’infinito. Il volto mancante è quello del padre, che comparirà solo alla fine nelle foto ritrovate dal figlio. La confusione è sicuramente lo stile preponderante, una confusione identitaria che gioca con il complesso di Edipo in ogni direzione. Prima con il volto del figlio posizionato al posto del padre e poi il padre identico al compagno della figlia. Alla scoperta di ciò il ragazzino si toccherà il volto, ridefinendo la propria identità.

L’animazione è molto piacevole, costruita su una composizione geometrica che sezione le parti dell’inquadratura. Un calorifero o uno stendipanni possono ritagliare l’immagine in più sezioni colorate, mostrando un insieme di frammenti arlecchineschi.

I volti ripetuti o mancanti (ossia una “mancanza ripetuta”) sono parte del gioco di “ritorno dello stesso” rappresentato dagli strani omini che abitano la casa. La storia del padre scomparso sembra così ripetersi, o rivelarsi, nel programma televisivo guardato dal ragazzino, il quale sembra conoscere a memoria le battute come fosse un ricordo che rievoca all’infinito. “Esco a prendere le sigarette” dice il personaggio alla tv, e quando poi il compagno della sorella scapperà di casa lo vedrà perdere un pacchetto vuoto. L’insieme di incroci sembra dunque cucito solo dal trauma comune che caratterizza la famiglia e l’appartamento vissuto.

Brotherhood

Regia di: Meryam Joobeur

Trama: Mohamed è un pastore che vive nelle zone rurali della Tunisia con la moglie e i due figli. È profondamente scosso quando Malik, il suo figlio maggiore, torna a casa dopo un lungo viaggio con una moglie nuova e misteriosa. Nel corso di tre giorni, la tensione tra padre e figlio cresce sempre di più fino a raggiungere un punto di non ritorno.

Commento: Ciò che inizialmente colpisce di quest’opera è la nitidezza delle sue immagini, le quali isolano i soggetti eliminando quasi totalmente la profondità di campo. Il volto osservato attraverso una lente d’ingrandimento che rende nitidissime le macchie rosse di questi fratelli sono l’elemento estetico che salta all’occhio, prima che la narrazione rubi totalmente l’attenzione. La velocità con cui la vicenda del figliol prodigo degenera è quasi sconcertante dal momento che gli indizi per comprenderne le fasi si nascondono fuori dal racconto, ad un livello extra diegetico che riguarda la società Tunisina e la guerra in Siria. Ed è così proprio un suono Off di cui mai vedremo la fonte, ossia un televisore, a creare il foreshadow della cattura del figlio, un destino annunciato lontano dall’obiettivo e dal controllo dei protagonisti.

Good Intensions

Regista di: Anna Mantzaris

Commento: La materialità fornita dal feltro nell’animazione stop-motion di Anna Mantzaris appare ancor più impressionante quanto la protagonista del suo ultimo “good intensions” inizia a scomparire sino a farsi fantasma capace di attraversare le pareti. Quel tessuto che ne produce il corpo sembra infatti il perfetto supporto su cui stendere il sangue di cui la protagonista si sente colpevole dopo aver causato un incidente ed essere fuggita. Quando poi inizia a scomparire e si taglia con del vetro il sangue ne riporta a galla il corpo, mostrando come i sensi di colpa arrivino a sostituire il corpo di chi ne è pervaso. La triste ironia di Mantzaris arriva però nella risposta a questa

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