Concorto Film Festival 2019 – Tutte le opere in concorso: Volume 3

Tutti i corti in concorso alla diciottesima edizione del Concorto Film Festival, manifestazione culturale e competizione internazionale con sede a Piacenza (17 – 24 Agosto). Essendo le opere in totale 52, si è optato per una divisione per “Volumi”, corrispondente alla programmazione quotidiana aperta al pubblico. I seguenti corti sono stati proiettati Lunedì 19 Agosto.

Take Me Please

Regia di: Oliver Hegyi

Trama e Commento: Viaggio psichedelico nell’angoscia di un ragazzo convinto di aver preso la scelta sbagliata. “Si sta meglio da soli a volte”, afferma alla ragazza di cui qualche periodo dopo incontrerà il nuovo ragazzo, cadendo così in un tunnel di dolore dai toni grotteschi. C’è la regia delle ellissi che sorprendono, in cui ogni inquadratura ospita follie partorite dalla mente del ragazzo. C’è la lettura dei tarocchi, ma anche la morte rituale, l’onirico vivente e la falsa risoluzione in quello che sembra il Matisse di “Gioia di Vivere”. Il disegno accennato, come tracciato da pennarelli scarichi, doppia così la mente del suo protagonista, che si muove nel masochistico tentativo di trovare una soluzione a quanto rotto, sino a scomparire e divenire fantasma di se stesso. Il sole all’orizzonte può così trapassargli le membra, giungendo a noi come filtrato dalle angosce liberate di un ragazzo che, forse, può ancora rinascere.

I Signed the Petition

Regia di: Mahdi Fleifel

Trama: Immediatamente dopo che un uomo palestinese ha firmato una petizione online, viene gettato in una spirale di insicurezza che induce il panico. Nel corso di una conversazione con un un amico comprensivo, analizza, decostruisce e interpreta il significato della sua scelta di sostenere pubblicamente il boicottaggio culturale di Israele.

Commento: Non si sa se la chiamata sia vera. Se sia una registrazione o il risultato di un ricordo. Se sia inventata o sognata. Si sa però quel che si vede, anzi, quel che si sente. E ciò che si sente è una semplice profondità. Di quelle che in politica capita di realizzare parlando di un particolare, assaggiando una fetta di società e sentendone il gusto dell’intera torta. Può una discussione su una petizione inerente un concerto a Tel Aviv funge da Foreshadow di un’intera ideologia di lotta e resistenza antica quanto il conflitto? Ma, soprattutto, può avere un valore universale, ossia fungere da chiave d’interpretazione per battaglie estranee a quella presa in considerazione? Non sappiamo se Mahdi Fleifel volesse o meno avere un taglio capace di alzare la prospettiva oltre il particolare del particolare, ma è forse una lettura che è in mano allo spettatore.

Il boicottaggio culturale di Israele diviene occasione per analizzare il senso, la funzione, l’obbiettivo del concetto di boicottaggio. Ne esce, per bocca dell’amico chiamato, un quadro cinico, smembrato tra la necessità di agire e la consapevolezza dell’inutilità di quello stesso agire. La ragione della paranoia dell’uomo che chiama viene così detonizzata dall’amico in favore di una più ampia ragione di essere agitati. Non è l’aver sottoscritto quella petizione a metterlo in pericolo, è il suo essere palestinese a renderlo uomo in pericolo. Non è un uomo che rischia di finire in gabbia, è un uomo nato per essere una gabbia. Dunque agli israeliani non interessa nulla di chi ha firmato o no quella petizione, loro sono un orso pizzicato. Ma a quale orso ha mai dato fastidio un pizzicotto?

La Bete

Regia di: Filippo Meneghetti

Trama: Un villaggio lontano nel tempo e nella terra. Nelle vicinanze, in una foresta infestata, un bambino cade in una fossa. Suo nonno, un pastore vecchio e quasi cieco, cerca di convincere gli abitanti del villaggio a salvarlo, affrontando l’oscurità della notte e le loro paure.

Commento: il senso dell’antico si intreccia con la fiaba gotica in un racconto che sembra non avere tempo. La capra nera, l’anziano cieco, il bambino curioso, elementi di un percorso sospeso oltre la credulità e nonostante tutto capace di smuovere come la più vera delle cronache. Il diavolo a cui si fa cenno lungo tutta la narrazione è così la paura in senso ampio e sfaccettato, e perciò un sentimento che vibra con le immagini di una selva che è oscura poiché specchio dei nostri timori.

Tina

Regia di: Dubravka Turic

Commento e trama: il corto di Dubravka Turic ha inizio con un carrello a precedere e tante luci blu che in relazione di rilievo rendono la figura femminile protagonista della scena come immersa tra milioni di stelle. È così lo sguardo privilegiato per la donna e la femminilità quello scelto fin da subito, il femminile ritagliato dall’ambiente e comunque colonna di esso. Quando però riusciamo a entrare nell’abitazione di questa scopriamo un mondo più complesso, più incatenato al ruolo di contraltare della vastità innevata che l’esterno propone.

SELFIES

Regia di: Claudius Gentinetta

Biografia: Claudius Gentinetta è nato a Lucerna nel 1968. Ha studiato grafica e animazione a Lucerna, Liverpool e Kassel. Nel 1995, ottenuta una borsa di studio, ha trascorso un anno in un atelier a Cracovia. Attualmente vive a Zurigo come realizzatore di cartoni animati e disegnatore di fumetti.

Commento: Un climax ascendente mostra la deriva dettata dall’utilizzo incessante di tecnologie egoiche partendo dal banale Selfie in spiaggia all’istantanea in obitorio. Il passaggio è ritmato e inaspettato, mostrato in un susseguirsi affannato di immagini che sembrano selfies di selfies, il tutto in una confusione sul punto di partenza e sul soggetto d’arrivo. Non importa di chi stiamo seguendo la vita, poiché ogni selfie è la copia esatta di un altro, e così stampa di una vita identica a milioni di altre, capace forse addirittura di rendere sullo stesso piano lo sbarco di un barcone di immigrati e il relax da spiaggia. Tutto sullo schermo perde sfaccettatura e importanza, e così tutto su schermo mostra la realtà bidimensionale di una cultura che innalza selfie sticks come fiaccole virtuali di una civiltà perduta.

Todo Se Calma

Regia di: Virginia Scaro

Commento e trama: la quotidianità come freno per la vita. Questo sembra inscenare il claustrofobico cortometraggio di Virginia Scaro, la quale costruisce la giornata di una donna impossibilitata a uscire da quella routine che la rende prigioniero di riti di incarcerazione. L’esterno appare così solo per assenza, rievocato nei ricordi dello spettatore ad ogni ristretta inquadratura, sempre progettata in modo che la casa riduca il respiro e il movimento, le sabbie mobili di chi, costretto a muoversi, aiuta a farsi trascinare sempre più giù.

Quelle brutte cose

Regia di: Lors Giuseppe Nese

Un ramo di fiori e foglie verdi si stende sulle mattonelle del pavimento che lega il soggiorno al corridoio. Non è lunghissimo, ma attraversa la porta come a segnare un percorso. Per andare da qui a lì, o da lì a qui, devi calpestarlo. Non puoi che vederlo. Lo osserviamo nel climax di “quelle brutte cose”, di Loris Giuseppe Nese. La porta, l’uscio, il ramo. Poi viene attraversato, due gambe, non c’è corpo, la camera le segue in una panoramica da destra a sinistra e rivela l’interno della cucina. Una ragazza è stesa a terra, il sangue le copre il collo. Il corpo stesso sembra ricordare quel ramo, una cosa da calpestare, o una cosa già calpestata.

È questa la storia della bambina protagonista del cortometraggio di Loris Giuseppe Nese, o forse sarebbe meglio dire che è la fine della sua storia. In realtà però il racconto è narrato da lei, al passato, come testimonianza proveniente dunque dopo quell’ultima scena. Il corto dunque dona un tempo oltre a quel momento che il corto stesso mostra come ultimo. Dà voce lì dove non c’è più, ma in realtà dove non c’è mai stata. Lei infatti racconta una vita di silenzio, in cui la voce non esce per scelta, ma anche perché schiacciata tra i non detti una famiglia composta da una madre ultracattolica e un padre che nasconde la propria omosessualità. Ma i segreti di una famiglia sono segreti per gli altri, non per chi in quella famiglia ci nasce. E così lei, la figlia, sa tutto. “Non scegli i tuoi genitori”, ci ricorda, e dunque sembra dirci che non si sceglie la propria fine.

Loris Giuseppe Nese unisce riprese simili a vecchi filmini di famiglia a inquadrature fisse, in cui il movimento è tutto interno. La vista di un corridoio attraversata da una donna delle pulizie, il mare scosso dalle onde, le scale attraversate da uomini e donne senza volto. È il montaggio a unire assieme. con un occhio di riguardo per lo stacco improvviso, questi frammenti di vita ricomposta da un non ben definito autore. Chi sta raccontando la storia? La figlia? Il padre che le dona una voce postuma?

TRACING ADDAI

Regia di: Esther Niemeier

Trama: Una madre cerca di ricostruire gli ultimi anni di vita del figlio, unitosi ad un gruppo salafita in Siria, per cercare di comprendere le cause della sua morte. Riuscirà l’incontro con Illias, amico di Addai e suo compagno di addestramento ad Aleppo a rispondere ad alcuni dei suoi interrogativi?

Commento: Rotoscopio, green screen, materiale d’archivio e foto di Addai. La varietà di materiali che compongono questa storia struggente combaciano alla perfezione con la complessità di caratteri analizzati. Esther Niemeir è infatti riuscita a rendere onore alla profondità narrativa richiesta dal tema, calando lo spettatore nelle due prospettive della madre e del figlio tramite un gioco di ragioni che vede al suo centro proprio l’insensatezza della ragione. “Leggi la traduzione del Corano e capirai”, dice Addai alla madre, come se davvero questo potesse aiutarla ad accettare la distanza di un figlio in una zona di guerra.

La resa di immagini reale in animazione è perfetta dal momento che quest’ultima gioca a confondere i tratti, a dare ai volti un’umanità in più, ma anche un senso di universalità. Addai è così il figlio, figlio di tutti, e la madre è archetipo. C’è inoltre l’utilizzo di immagini di propaganda trasformate in disegni fatti com

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