Spider-man: Far From Home, analisi dalle Fake News a Gli Incredibili

 

Trama con Spoiler: Otto mesi dopo gli eventi di Avengers: Endgame, Peter Parker parte per una gita scolastica in Europa. Il suo tentativo di restare lontano dalla vita supereroistica viene però interrotto da Nick Fury, dalla minaccia degli Elementali e da un nuovo arrivato: Quentin Back.

Quest’ultimo, presentatosi come uomo di un’altra dimensione, si guadagnerà la fiducia del ragno, per poi rivelarsi ex dipendente di Stark e spietato orchestratore dei recenti avvenimenti.

Proseguo dell’intricato mondo Marvel, Spider-man: far from home costruisce un impianto narrativo stratificato, giocando sul teen movie come strumento taumaturgico e analitico per i fatti di Avengers: Endgame. La dipartita di Tony Stark e il tentativo di un ritorno alla “normalità” per le persone colpite dal “blip” (lo schiocco di dita di Thanos) vengono infatti introdotti a inizio pellicola attraverso un amatoriale video tributo mostrato sugli schermi di una scuola superiore.

Il livello del lutto viene così semplificato nella forma, rendendo maggiormente godibile allo spettatore la continuità degli eventi, ma obbligando il teen movie a destreggiarsi – o ancor meglio a “oscillare” – tra la gestione di un trauma di scala globale e le quotidianità di adolescenti in fase ormonale.

La soluzione viene trovata nel road movie, portando i protagonisti fuori dalla propria confort zone americana (con tutti gli equivoci del caso e del genere), e permettendo una visione d’ampio respiro allo spettatore.

Dopo aver viaggiato nello spazio ed aver combattuto il più spietato dei nemici sarebbe risultato strano riposizionarsi nella ristretta prospettiva di quartiere, la quale viene rievocata solo dalle parole malinconiche di un Peter Parker nostalgico di un passato più semplice. Un passato con Tony Stark.

Uno storico numero del fumetto scritto da Stan Lee, il numero 100, titolava “the Spider or the Man?”, e proprio attorno a questo gravita Far from home, come d’altronde quasi tutti i racconti del ragno. Anche se la citazione andrebbe corretta in “the Spider or the (iron)Man?”. Perché gli avvenimenti di Avengers: Endgame, e dunque la tragica dipartita di Tony Stark, hanno un ruolo decisivo sullo sviluppo del giovane Peter Parker, il quale si trova ulteriormente in difficoltà nella scelta di quale vita portare avanti. Se infatti da un lato il ragazzo ha tutto il diritto di desiderare una vita “normale”, dall’altro è corretto ritenere una scelta maggiormente responsabile quella che lo vede proseguire lungo il cammino dell’Avengers. Cammino tracciato per lui proprio dal padre putativo Tony Stark.

Ma se fosse tutto qui saremmo di fronte ad un classico cinecomic con protagonista un eroe adolescente scisso tra la vita privata e la responsabilità. Piacevolmente classico si intende, soprattutto dopo gli eventi travolgenti di Endgame. Far from home fa però molto più di questo, presentandosi come un film estremamente consapevole della propria posizione, a tratti quasi meta narrativo nei continui riferimenti ai fatti avvenuti prima di essi, quasi i personaggi comunicassero direttamente e coscientemente agli spettatori.

Il mondo diegetico è in tal senso molto credibile, mostrando una realtà immersa con intelligenza nei fatti supereroistici. Sembra a tratti un esperimento, indagare la contemporaneità facendo un ulteriore passo in quel “come se”, quello che si interroga su un mondo ipotetico in cui davvero degli eroi si muovono per strada.

Risultato? Una storia che tanto racconta del suo protagonista, ma anche del nostro mondo, inevitabilmente immerso in una dimensione di fake news, dirette instagram, politica populista, realtà virtuale e intelligenza artificiale. È il villain, Mysterio, che copre qui il ruolo di specchio sociale, giocando sul concetto di illusione ad un livello lontano da quello fantastico a cui il cinema di genere ci ha abituato. La confusione tra vero e falso è una parte reale del mondo costruito a immagine del nostro, e quindi fatto di notizie manipolabili e immerso nei pericoli della digitalizzazione.

Proprio riguardo quella meta narratività di cui Spider-man: Far From Home sembra farsi carico, a un certo punto MJ, co-protagonista assieme al nostro uomo-ragno, si trova a citare pedissequamente George Orwell, affermando: «Il concetto stesso di verità oggettiva sta scomparendo dal nostro mondo. Le bugie passeranno alla storia» .

E in un certo senso qui le bugie fanno storia, e sicuramente ne decretano la forma dal momento che anche la vittoria di Spider-man contro Mysterio viene falsificata da delle registrazioni che invertono i ruoli e mostrano il ragno nel ruolo di cattivo della situazione. Interessante come ciò venga mostrato in una scena inserita dopo i titoli di coda, mostrando come alla verità, quella a cui abbiamo assistito nell’ultimo atto, non spetta di chiudere davvero il racconto. È infatti la distorsione di questa e decretare la conclusione, ed ovviamente ad introdurre le conseguenze a cui assisteremo in un prossimo capitolo.

Ovvio come la citazione di Orwell fornisca tanto la spiegazione del mondo narrativo, quanto la descrizione del mondo dello spettatore.

L’allusione a mondi paralleli, ad un multiverso, che si scoprirà poi essere anch’esso un’invenzione, una “fake new”,  altro non è che il richiamo ai mondi diversi che ognuno di noi costruisce tramite la campana di vetro di cui veste le proprie homepage facebook.

«Ognuno vive nella sua bolla e ha una sua percezione della verità. E sui social media seguiamo solo chi conferma i nostri pregiudizi», hanno infatti affermato gli sceneggiatori Chris McKenna e Erik Sommers. Il mondo che dice a qualcuno che l’immigrazione è un’invasione, il mondo che dice ad altri che l’allunaggio è una falsità, il mondo che ti convince che i vaccini siano pericolosi. I mondi impermeabili che smuovono i voti, gli umori, le decisioni di ognuno di noi. Ma il film stesso ci avverte, quei mondi, quel multiverso di cui ci vestiamo, non è vero, è esso stesso la vera fake new, anzi, è la madre di tutte le bugie, poiché ne è il contenitore.

Mysterio è così il più interessante dei Villains sino ad ora sperimentati, poiché puntualmente tratteggiato sui fatti della storia. quanto ricalcato attorno alla silhouette della contemporaneità. Quando non indossa il costume da supereroe lo vediamo vestire una tuta che è copia di quelle utilizzate dalle controfigure cinematografiche, quelle utilizzate per la motion-capture. Il suo agire è dunque un’illusione, quella stessa illusione che un tempo veniva diffusa da un cinema delle meraviglie – «ingrandisci l’esplosione, più grande, voglio che sia spettacolare», afferma a un certo punto programmando il suo spettacolo di distruzione facendo il verso ad un regista – e che ora è migrato nel mondo globale social.

Spiderman far from Home e Gli incredibili, il primo, condividono così la consapevolezza del mondo che narrano, giocando con i suoi estremi. Da un lato si immagina come sarebbe se in un mondo di supereroi qualcuno decidesse di fingersi uno di questi, Mysterio, dall’altra come sarebbe se quel mondo di supereroi li rendesse illegali e da questo nascesse una loro copia fasulla, Sindrome.

Mysterio e Sindrome sono sovrapponibili, entrambi prodotti da una società satura di straordinarietà, a tal punto da assuefarsi e lasciarsi trasportare, da credere semplicemente perché vede. Sono inoltre gli scarti di questo mondo straordinario, offesi dai loro massimi esponenti: Tony Stark e Mr. Incredibile.

 

Giunti al ventitreesima pellicola Marvel non poteva mancare un film autoriflessivo. Capace di interrogarsi sulle conseguenze non supereroistiche dell’agire straordinario dei suoi protagonisti. In verità Spider-man si era già parzialmente posto quest’obiettivo nel suo capitolo d’apertura, sempre attraverso l’agire di un villain. Se però la rivolta proletaria dell’Avvoltoio, interpretato da Michael Keaton, sembrava ancora standard, ossia violenta e fracassona, Mysterio appare maggiormente coinvolto dalla contemporaneità, ed è effettivamente anche un personaggio anagraficamente più giovane.

È in fondo la storia di millannial deluso, che decide di imbracciare le live Instagram e le tecnologie di simulazione virtuale per creare un doppione della realtà, una versione della storia in cui lui vince.

 

Il Marvel Cinematic Universe, che potremmo a questo punto definire come il nostro mondo ma con i supereroi, comincia infine ad imporsi come dimensione assolutamente relativa. Dalla sconfitta di Thanos tramite i viaggi nel tempo, al nemico vendutosi come eroe in Far From Home, passando per i poteri di Wanda e Dr.Strange, tutto sembra composto da una certa dose di incertezza. I poteri relativi all’illusione si stanno lentamente moltiplicando, rivelando la vera ferita di questo mondo: la sua precarietà. Tanto velocemente può distruggersi, tanto velocemente si può aggiustare, tanto velocemente può perdere di senso. Il concetto stesso di sconfitta e vittoria perde di valore per l’eroe (esempio massimo la scena dopo i titoli di coda in Far from home), il quale si rapporta al mondo circostante come con un contenitore di falsità, e così rendendogli ancora più insopportabile il rapporto con una morte che si rivela tale. Hanno viaggiato nel tempo, ma Stark è morto.

Sembra una beffa poter salvare tutto tranne le persone care.

 

Share: