Il cinema di oggi sono solo “film mentali”

Commentando il racconto di Daniele Del Giudice, “Nel museo di Reims”, Tiziano Scarpa compie un’interessante digressione dedicata al nostro tempo; prima al Novecento, il tempo della modernità, poi ai giorni nostri, il tempo della contemporaneità. La riflessione proposta vede nella tecnologia l’erede del meccanismo del “superamento”, ossia la forma mentis che nel secolo scorso causava il continuo ricambio di ideologie ed estetiche, le quali, totalizzanti e verticali, si superavano costantemente come modelli da scegliere e non sovrapporre.

Ciò che invece accade in un’epoca post(post)moderna, ossia la nostra, è una più confusionaria convivenza di estetiche e ideologie, votate sempre di più alla commistione quasi orgiastica, a tal punto che se nell’esempio più semplice l’arte si fa somma di stili, in quello più complesso, quello ideologico, troviamo forme politiche autoproclamatesi “post ideologiche”. Definizione dentro la cui genericità si manifestano realtà partitiche che mischiano valori da diverse aree politiche, generando grande confusione e manifestando una realtà che mescola categorie ideologiche come fossero stili di vita intercambiabili. La famosa “cosa di sinistra” tanto agognata da Nanni Moretti non sarebbe più un problema, anche se affiancata al suo opposto e nella stessa frase.

La lettura del mondo, e la scelta sulla propria vita, sembrerebbe dunque aver superato il concetto del superamento , aprendo le strade a un’ideologia fai da te; difficilmente inseribile sotto un’etichetta e in un manifesto. In realtà però, riflette anche Scarpa, tale forma mentis avrebbe semplicemente passato il testimone alla dimensione tecnologica, e più specificatamente agli oggetti prodotto della tecnologia.

“Relatività”, Escher

Ora infatti non si passerebbe più da un valore ideologico all’altro, ma da un oggetto tecnologico all’altro. A tal punto che potremmo definire i periodi della nostra contemporaneità a seconda degli oggetti tecnologici che li percorrono; permettendoci quasi di datare gli ultimi dieci anni in base al modello di Iphone. Ossia l’oggetto tecnologico è diventato un metodo per stratificare il nostro tempo, accelerandone e accorciandone la natura.

Perché gli oggetti, divenuti modelli, si rinnovano a velocità sempre maggiore, poco importa se per davvero o per ragioni di mercato. Per quanto possa sembrare infatti difficile credere che ogni nuovo modello sia effettivamente tale, ogni sei mesi, e spesso anche tre, avviene un rinnovo, capace di superare quello che assume su di sé, e sul suo possessore, l’etichetta di “modello precedente”, un po’ come dipingere nature morte in piena avanguardia. Inevitabilmente questa visione veste tanto il mercato, quanto la società, la quale viene costantemente scandita da nuovi esordi, i quali però coincidono con gli epiloghi. Ovvero ogni presentazione di una novità tecnologica porta già con sé la fine dell’oggetto presentato, destinato a consumarsi al momento dello stesso disvelamento.

E poca sembra importare che solo recentemente il numero di persone disposte a cambiare telefono ad ogni nuovo modello vada riducendosi, perché se questo può essere una risposta ad una momentanea assenza di reali novità, il meccanismo alla base continua a sopravvivere, pronto a rafforzarsi e rinnovarsi appena possibile. A volte persino cambiando forma, decidendo che non è più importante che ogni modello superi quello prima, ma che al suo interno Instagram superi Snapchat che superi Facebook. Il superamento non sembra dunque ancora traballare, pronto semmai solo a passare dalle tecnologie fisiche alle innovazioni digitali.

Traslando questa lettura sociale agli ultimi risvolti dell’industria cinematografica, ci renderemmo conto quanto anch’essa, nei suoi aspetti più industriali, ne sia stata intaccata, forse più di qualunque altra forma d’arte. Fuor di retorica dovremmo infatti ammettere che viviamo nell’epoca dei trailer, ossia del costante esordio. Quest’ultimo però condivide con la natura degli esordi tecnologici la velocità di consumo, quasi come, e forse tolto quasi e senza come, il film nascesse e finisse nel trailer stesso, nella sua presentazione. A riprova di questo abbiamo spesso modo di osservare come il periodo tra il trailer e l’uscita del film sia sempre più concitato, coinvolto, caratterizzato da una costante teorizzazione, seguito però dalla visione effettiva, a cui si accoda troppo spesso un silenzio discordante. Come se l’uscita del film fosse la fine dello stesso, e non l’inizio della discussione.

Ciò a cui assistiamo è infatti un tipo di cinema (di fruizione) che vive sempre di più prima della visione, nella sfera del “coming soon”, e delle aspettative, e sempre meno dopo, nel luogo dell’effettiva riflessione. Ovvero il periodo di teorizzazione precedente alla visione ha lentamente consumato il periodo successivo di analisi, quello dove bisognerebbe effettivamente parlare del film. Quindi c’è il trailer, la discussione, l’hype, poi il film ed assieme ad esso, spesso, l’arrivo di un nuovo trailer; dunque la fine del film nel film stesso.

Ci sono casi ovviamente in cui il film riesce a sopravvivere anche dopo la sua visione, come il recente Avengers: Endgame, che sta suscitando un livello di discussione anche successiva alla visione, ma forse solo per il suo carattere conclusivo all’interno del percorso Marvel. Quindi si parla sì del film, ma molto nell’insieme a cui appartiene, e che chiude. E a confermare ciò è già stato pubblicato il nuovo trailer di Spider-man: far from home, ossia la prossima pellicola che come magnete ha già attirato gli spettatori verso “ciò che verrà”. Verso il nuovo modello.

Dunque la difficoltà per il critico, l’analista, ed anche per l’appassionato, è quella di fermare il tempo, riuscire a lavorare sul testo cinematografico indipendentemente da tutto, solo per quello che è, remando contro un continuo bombardamento di “novità”. Risulta però quanto meno difficile, poiché ormai il cinema appare una realtà immaginaria. Si immagina il film, non lo si vede, non lo si analizza, lo si pensa tra il trailer e la sua effettiva visione, ponendo il primo come inizio e il secondo come fine. E in tal senso non è un caso che su internet esistano più reactions ai singoli trailer che recensioni al singolo film.

Joaquin Phoenix nei panni del Joker

Ne è un esempio il fenomeno attorno al Joker di Todd Philips, il cui trailer ha già decretato un successo; non sarà un film meraviglioso, bensì è (già) un film meraviglioso. Un buon trailer di tre minuti pare essere bastato. E questo è interessante perché è come se il film fosse già esistito, fosse già uscito, ma nella mente dello spettatore, una realtà mentale e imaginifica (poiché indotta dalle immagini del trailer), che però cesserà di esistere dopo l’uscita del film. Il cinema oggi è diventata una realtà che supera costantemente se stessa, dal punto di vista di chi lo osserva . Tant’è che le categorie delle recensioni vivono esclusivamente attorno alla sfera delle aspettative, dunque in un registro linguistico che parla di “delusione” o “soddisfazione”. La categoria dell’improvviso, cioè della visione inaspettata, o nel suo senso etimologico “non pensata” non esiste più, e non può esistere. Perché se il film esiste prima della sua uscita nella mente dello spettatore, indotta dal trailer che ne divora l’analisi, tutta la visione vivrà sullo scontro tra l’aspettativa, spesso molto profonda e costruita in mesi di trailer, immagini e teorie, e invece quello che il film è. E quindi poi tutta l’analisi, per quanto breve sarà, vive di questo scontro tra aspettative e realtà, in cui quest’ultima appare quanto mai debole e poco interessante.

“La condizione umana”,Magritte

Il cinema non esiste più sullo schermo, esiste solo nella mente dello spettatore. Indotto sotto forma di trailer, di teorie, di scoop, di chiacchiere e reactions, sempre e comunque precedenti a ciò che davvero esiste. Non è detto che la smaterializzazione del digitale sia obbligatoriamente la causa della necessità costante di superare il cinema con se stesso, parlando di ciò che non è ancora uscito e di ciò che uscirà, è però invece probabile che a muovere questo movimento di mercato sia la paura che ogni film non basti, che si debba riempire lo spettatore in un gesto bulimico, che sovrasti di continui trailer, aspettative, hype, in un circolo infinito che punta sempre al film dopo.

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