Il cinema è democratico, la televisione no

Le recenti discussioni emerse dalla messa in onda della terza puntata dell’ottava stagione di Game Of Thrones hanno evidenziato alcune delle principali problematiche dell’approccio cinematografico in televisione, manifestando ancora una volta come il cinema in tv sia, per ora, un sogno per pochi.

Se infatti la serie è sempre stata lodata negli anni per la sua capacità di presentare uno stile innovativo e superiore alle coetanee produzioni televisive, l’ultima puntata è riuscita a far discutere proprio per il risultato dell’esagerata ricercatezza della messa in scena. Le accuse principali si sono riversate sulla poca luminosità e chiarezza dell’immagine; così scura, secondo i detrattori, da impedire la comprensione delle azioni in scena.

Fabian Wagner, direttore della fotografia (da qui in poi DOP), non ha fatto attendere la propria risposta, difendendo il risultato estetico della puntata e giustificando le ragioni, anche narrative, di porre in scena una battaglia notturna all’insegna dell’oscurità, del buio mortifero e della difficoltà di visione. Proprio il lungo making of della puntata, disponibile sul canale youtube di Game of Thrones, illustra come si sia preferito emanciparsi da un approccio all’illuminazione dell’azione e della scena tipicamente televisivo, evitando dunque l’utilizzo di luci artificiali e prediligendo una costruzione quanto mai realistica e vicina alle tendenze di certo cinema autoriale. Ai più navigati nell’argomento verranno certamente in mente i progetti legati al dogma 95; il manifesto, sottoscritto anche da Lars Von Trier, che invita ad un cinema che vive di realtà, e che dunque abolisce ogni artificio luminoso estraneo ai punti luce presenti in scena.

 Secondo questa lettura, la terza puntata dell’ottava stagione incarnerebbe la perfetta trasposizione di tecniche e sperimentazioni cinematografiche all’interno di produzioni pensate per il piccolo schermo, e dunque sarebbe da lodare. Ciò che però stona nelle ragioni del DOP sono le accuse alle modalità di fruizione degli spettatori. Questi infatti, secondo il DOP, non saprebbero impostare correttamente i propri televisori e sarebbero rei di aver guardato la puntata “anche su piccoli IPad, che non possono rendere giustizia a uno show del genere”. Per quanto a livello logico il discorso non faccia una piega, e richiami giustamente ad un’adeguata cultura della fruizione, appare impossibile non notare come  Wagner ignori sia la frammentaria modalità di visione contemporanea, divisa tra schermi di varia natura, sia le problematiche che la puntata ha presentato sulla maggior parte dei dispositivi, più o meno grandi. La verità è infatti che una puntata votata a toni così scuri, ai neri profondi, non può essere realmente apprezzata nemmeno su un televisore qualunque. C’è bisogno di un OLED, capace di processare al meglio i neri senza rendere la scena uno scontro tra pixel. Ma quanti hanno davvero a disposizione una tecnologia così? Molti, ma non tutti. Aggiungiamo inoltre che in tanti usufruiscono di piattaforme come sky go o nowtv (ignoriamo totalmente coloro che guardano la serie illegalmente), e proprio in streaming hanno goduto dell’episodio, il quale soffriva però di un bitrate, ossia la velocità di trasmissione dei dati digitali, molto basso. Questo conferma come il problema non sia esclusivamente del fruitore, come non lo è del creatore, ma stia nel mezzo; lì dove il prodotto viene trasmesso. Perché sì, a questo punto pare ovvio che in pochissimi siano davvero riusciti a godere di questa strabiliante puntata come sarebbe stato giusto fare, manifestando ancora una volta come la televisione non possa essere realmente democratica, per ora.  

Il risultato di questa sperimentazione è infatti la conferma di quanto il processo di trasferimento dei prodotti audiovisivi dalla sala cinematografica ai soggiorni di casa stia causando una grande differenza tra chi può continuare a godere di una certa qualità di visione e chi no. Il discorso non è solo economico, perché se anche le piattaforme di streaming legali non riescono a fornire un servizio che rispetti la qualità del prodotto diffuso, significa che, per ora, nessuno di noi, nemmeno chi possiede i mezzi necessari, può mai davvero essere certo di star godendo di un’opera al massimo delle sue potenzialità. La differenza tra l’home video e la sala torna dunque essere sempre quello: la certezza della qualità. Pagare un biglietto significa ancora godere di un servizio che pone allo spettatore la certezza di uno schermo di adeguata grandezza (per gli innovativi IMAX parliamo di 16 metri per 22), un corretto impianto audio ed una giusta illuminazione, mentre attendere l’ultima puntata de il trono di spade in televisione, come acquistare un film nei vari store online, significa sperare di avere ciò che serve per riuscire almeno a comprendere le immagini.

Se davvero si fosse potuto godere dell’episodio in sala, cosa ovviamente impossibile anche per la natura del prodotto, ossia una serie tv, si sarebbe scoperta la meraviglia di una battaglia dai toni caravaggeschi; tanto splendidamente reali da rendere tangibile persino il fiato infuocato di un drago che illumina un campo di battaglia dominato dall’oscura morte. Eppure questo non è stato possibile, e continuerà ad esserlo per molti dei telespettatori, che nonostante la crescita di offerta e qualità presente nei vari schermi continueranno, per l’errata modalità di fruizione e la scarsa qualità di questa, a credere che un episodio scuro sia un episodio sbagliato.

Dobbiamo riflettere nel tentativo di costruire le giuste basi per il futuro della televisione. Perché se da un lato appare ovvio che la meta sia quella, dall’altro, nonostante i tentativi dei tecnici del settore, sembra che non si sia ancora deciso quale forma avrà questo futuro. Il cinema in televisione si può portare, ed è lì che si sta spostando, ma bisogna pretenderlo al meglio delle sue possibilità, affinché il cambiamento sia solo del supporto e non della qualità. Una puntata come quella appena discussa è un ottimo segno per tutte le produzioni televisive, ma non può essere accostata a pubblicità che invitano a fruirne la visione su dispositivi non adeguati. È una questione di divulgazione culturale: un cellulare non è una televisione, e questa non è un cinema.  

Nam June Paik, “Video Art”

Si prospetta sempre di più una realtà multiopzionale, in cui il singolo schermo divulgatore si frammenta nelle possibilità di scelta quasi infinite dello spettatore. C’è lo smartphone, il tablet, la tv, il computer, la sala; scegli tu, come vuoi, ma sai davvero cosa perdi tra uno schermo e l’altro? La democrazia senza consapevolezza è solo l’apparenza di una presunta libertà di scelta. Perché il rischio è che da un lato aumentino il numero di maestose produzioni televisive, mentre dall’altro diminuiscano le persone capaci di apprezzarle davvero; disperse in un marea di schermi che parificano tutto e lasciano credere che la qualità si possa dare per scontata, e che quando questa non si manifesti sia un problema del prodotto e non di una sua errata fruizione.    

 

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